Recensione: “La mossa del Principe (Captive Prince vol. 2)” di C.S. Pacat

Questa è una recensione davvero difficile da fare, e una volta di più bella lunga.

Ci sono cose in questo secondo libro della saga da 5 ⭐ piene e altre che invece si fermano a 4 ⭐.

Per onestà intellettuale, alla fine ho deciso di assegnare 5 ⭐ anche se sarebbero con un doppio meno davanti e ve ne spiego i motivi.

Le 5 ⭐ piene:

1. Finito in un baleno e faticato davvero a staccarmi, al punto che, in piena notte, ho iniziato subito il terzo. Anche quando non leggevo, continuavo a rimanere con la testa ferma lì nella storia e anche ora vorrei tornare a leggere piuttosto che fare altro. Non mi accadeva una cosa del genere da molto tempo.

2. Io amo lo slow burn, e decisamente qui è portato magistralmente avanti. Nessuna fretta, i personaggi sono costruiti benissimo (tutti, anche i secondari) approfonditi e lineari, eppure allo stesso tempo molto complessi e ricchi di sfumature.
Anche i personaggi di contorno, anche gli antagonisti sono rappresentanti a tutto tondo, al punto che di alcuni di loro finisci per avere pietà, nonostante tutto. Questo è un enorme punto a favore ed è ciò che mi ha spinta a mettere le 5 ⭐.
Facile creare un villain da odiare, molto più difficile è dargli una struttura così articolata da farti, alla fine, capire che, in fondo, anche lui è una vittima (non sto parlando di Laurent.)

3. Per quanto avessi intuito alcune cose che riguardano Laurent già nel primo libro, di cui 1 su 3 è stata svelata e avevo ragione, c’è stato un colpo di scena, che non riguarda Laurent né Damen, che davvero mi ha sorpresa.

4. La mente di Laurent continua ad affascinarmi in modo incredibile, ma intravedere in quella glaciale perfezione anche attimi di fragilità e perdita di controllo è stato il colpo di grazia, per me.
Non dico di amarlo, ci sono cose di lui che mi fanno ancora storcere il naso, ma lo comprendo e mi affascina. Inoltre va considerato molto il contesto in cui sono inseriti sia lui che Damen.

5. Dal 30% in poi del libro, finalmente ho iniziato a “vedere” e respirare anche gli ambienti. Mi è rimasta impressa la battaglia che mi ha fatto sentire il clangore delle spade e delle corazze, i corpi che si scontrano, il sudore dei soldati come quello dei cavalli. Stand ovation in quel momento.

Tutto ciò ha sicuramente meritato le 5 stelle piene.

Quello che non mi ha convinta e che, quindi, nella mia personale classifica non permette ancora a questa saga di superarne altre (Green Creek di Klune, tanto per nominarne una a caso, pur se differentissima in quanto non rientra in un epic fantasy come questa, ma in un urban fantasy in epoca moderna) sono le seguenti cose:

1. La parte iniziale risentiva della stessa mancanza che avevo percepito nel primo libro: zero ambientazioni esterne. Fino al 30% della storia, almeno, i personaggi si spostavano da un posto a un altro e avrebbero potuto stare tra lande desolate, nell’Amazzonia o tra i ghiacci dell’Alaska. Per fortuna a un certo punto è cambiato qualcosa ed è stato come leggere un libro diverso e ben strutturato in ogni dettaglio.

2. Non riesco a comprendere il motivo per il quale si è deciso di dividere la storia in tre libri. I primi due avrebbero tranquillamente potuto essere uno solo, e avrebbe avuto maggior senso. Mi infastidisce un poco, ammetto. Mentre scrivo questa recensione sono quasi in dubbio sull’assegnare di nuovo un 4 e non un 5 proprio perché il primo e secondo mi sembrano decisamente quasi un unico arco narrativo e le mancanze del primo influenzano molto il secondo.

Ciò nonostante, alla fine decido di lasciare un 5 ⭐.

Se ci sto riflettendo così tanto e non riesco a staccare la mente, beh, è un risultato che da solo merita il voto quasi pieno.

Ci risentiamo alla fine della saga che, comunque, non posso non consigliare.

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